Nel novembre del 2000, una sera in macchina mentre andavamo a suonare, Mario ci disse che non sarebbe più riuscito a suonare con noi. Che, avendo vinto un dottorato a Genova, sarebbe stato costretto a un pendolarismo continuo e al sacrificio di molto tempo libero. Senza contare il suo impegno pregresso con l’altro suo gruppo.
Trovammo un nuovo batterista, Dado: batterista di grande talento e meraviglioso imitatore del papa infermo (leggendari i suoi “discorsi dal balcone di San Pietro”, pieni di bestemmie e oscenità, tutte rigorosamente pronunciate con accento polacco e voce affaticata).
Poi è successo questo. Abbiamo vinto un paio di concorsi, qua e là. Abbiamo registrato quattro pezzi in una sala d’incisione professionale, nell’estate del 2001, proprio prima di partire per il G8. Abbiamo suonato qua e là, raggranellato un po’ di soldi. Abbiamo vinto un concorso piuttosto importante, da queste parti.
La vittoria ci ha di nuovo spalancato le porte della sala d’incisione. Tre giorni di registrazione e missaggio gratuiti. Settantadue ore. “Sono poche”. “Facciamocele bastare”.
Il risultato s’intitola La città sommersa. Nove pezzi, incisi per lo più in fretta e perciò inevitabilmente migliorabili, non definitivi. Eppure l’asciuttezza degli arrangiamenti non mi dispiace. D’altra parte anche dal vivo siamo sempre stati piuttosto essenziali ed energetici. Di solito – visto che nei programmini dei locali di solito scrivono che facciamo musica etnica – tutti si aspettano uno di quei gruppetti delicati e un po’ new age, arpe celtiche, atmosfere da mille e una notte e un po’ di melodie cartolinesche. Invece col cazzo: pestiamo di brutto, le canzoni ci vengono fuori cariche di tensione, irruenti (una volta dopo un’esibizione un tipo del pubblico mi ha detto “non avrei mai immaginato che potesse esistere un gruppo etno-punk”).