1. Musica sola
2. Visione e preghiera (da un poema di Dylan Thomas)
3. Samaria
4. Metamorfosi
5. La danza delle ossa stanche
6. Vesna
7. Continua alterazione del tempo
8. Limbo
Marco Pisi: chitarra elettrica e acustica, bouzouki, saz, oud, voce
Sergio Baratto: basso, vibrafono, voce
Mario Valentino Bramè: batteria, percussioni, voce
Silvia Ghezzi: violino
Queste sono le memorie del bassista:
Il primo demo si chiama semplicemente col nome del gruppo e si porta dietro una caterva di ricordi da rock sovietico underground.
Erano i primi mesi del ’99. Nel corso dell’anno precedente io e Marco eravamo riusciti a rimettere in piedi il gruppo, dopo una serie di delusioni, scioglimenti ed esperimenti falliti. Avevamo trovato prima una violinista (Silvia) e poi un batterista (Mario). Eravamo squattrinati e pieni di idee. Il repertorio si allargava continuamente, componevamo di continuo, in una specie di esplosione creativa ormonale. Volevamo anche noi un demo da mandare in giro, ma di grana per pagarci uno studio d’incisione non c’era nemmeno l’ombra. Così decidemmo di registrare i nostri pezzi da soli, utilizzando il quattropiste analogico di Marco e usando la sala prove come uno studio d’incisione.
Fu un macello orgasmico. Volevamo evitare i riversamenti, per non perdere in qualità di suono (che era già tendenzialmente bassa in partenza), ma i nostri pezzi contemplavano l’uso di molti strumenti, e quattro piste non bastavano di sicuro. Da qui, le estenuanti discussioni su come riuscire a incastrare tutto quel popò senza sovrapporre, né cancellare niente.
Venne la primavera. La NATO bombardava Belgrado e le sere erano insolitamente miti. Marco venne in sala con un pezzo che ci parve bellissimo, in cui sostituiva la chitarra con il saz. Mi chiese di scrivergli un testo. Io pensavo a Belgrado, ma non sapevo il serbo. Sapevo il russo. Mi venne un pezzo in russo, dunque, che parlava di una rondine che attraversava un cielo zeppo di pericoli mortali. Così incidemmo “Vesnà 99-go goda”, “La primavera del ‘99” (anche se Marco sulla copertina finì per scrivere sbrigativamente “Vesna”).
Arrivammo a un livello di virtuosismo demenziale quando riuscimmo a incidere 12 strumenti in un singolo pezzo e senza riversamenti. Tutto su quattro tracce pulite pulite.
Ci volle un’infinità, tant’è vero che interrompemmo il lavoro, mettemmo da parte i nastri, andammo in vacanza, tornammo a casa. Ricominciammo l’autunno successivo. Alcune parti le registrammo addirittura a casa di Marco o di Silvia, tra enormi piatti di lardo e qualche sigaro. Buttavamo dentro tutto quello che ci sembrava buono e dolcesonoro: bouzouki, saz, bonghi, legni, ektar, metallofono, bastone della pioggia, oud, persino il miagolio di un gatto (esecuzione impeccabile della guancia di Mario). Finimmo di mixare il tutto a casa di Mario in un pomeriggio di afa mortale, nell’estate del 2000.