DURAMADRE*
Duramadre non è un gruppo musicale, ma una collisione fortuita e non prestabilita di rock psichedelico, folk mediorientale e free jazz. Un atto di sommossa contro l’immondizia musicale, le classificazioni di genere, le cartoline esotiche, il feticcio demagogico della musica popolare. Soprattutto contro ogni posa idiota da rockstar.
* dura madre s. f. La più superficiale delle tre meningi, strettamente aderente alle ossa, che avvolge e protegge l'encefalo e il midollo spinale.
Nel corso degli anni successivi, nonostante gli innumerevoli cambi di nome – uno più orrido dell’altro – e formazione, io e Marco abbiamo sempre continuato a suonare insieme. Seguendo l’evoluzione dei nostri gusti (musica araba e mediorientale, free jazz) e con l’ingresso della violinista Silvia, anche il repertorio si è via via trasformato.
Il gruppo nel suo attuale sinolo di forma e contenuto è nato all’inizio del 2005.
Le nostre radici musicali sono piuttosto varie e disordinate. Come si è detto, vanno dalla musica mediorientale al rock psichedelico (ma sfiorano obliquamente anche il jazz e la canzone d'autore) e si riflettono tutte nel nostro repertorio, sicché riesce difficile definire precisamente il genere di musica che suoniamo. Di solito ci limitiamo a dire che tutte le composizioni sono nostre, che non hanno nulla a che fare con new-age e musichette da cartolina esotica, che diamo molto spazio all'improvvisazione e infine che cantiamo in italiano o - in un paio di pezzi - in russo, ma mai in inglese.
Abbiamo registrato due demo-CD, rigorosamente e orgogliosamente autoprodotti. Il primo, intitolato semplicemente "Duramadre", risale all'ormai remoto 1999-2000 ed è stato registrato in modo molto avventuroso e casalingo, usando un semplice registratore a quattro piste.
Il secondo, "La città sommersa", è stato partorito dopo lunga gestazione nell'anno di (dis)grazia 2003, in uno studio d’incisione vero e proprio, mentre a Baghdad cadevano le bombe.
Ah, abbiamo vinto l'edizione 2002-2003 di Scorribande. Se qualcuno era al Rolling Stone quella sera di febbraio del 2003 forse si ricorderà di noi.
Sergio
Marco
Chitarra elettrica e acustica, bouzouki, saz, oud, voce
Data di nascita: 1875
Segno zodiacale: barracuda
Come si può vedere dalla data di nascita, Marco aveva 46 anni quando scoppiò l’insurrezione di Kronštadt. Il dilemma morale che lo colse allora (non seppe decidere se avevano torto gli insorti o Trockij) gli procurò una grave crisi di coscienza. Marco si dimise da commissario politico, nascose sotto una piastrella la propria tessera di Partito e scelse di rinascere cinquantatré anni più tardi, quando, come disse allora, “Il comunismo si sarà perfezionato e regnerà in pace su tutta la terra”. Come si sa, in questo senso il destino non è stato molto tenero con lui.
Tornato alle elementari, è caduto vittima di uno dei più tragici equivoci della storia recente. Il sistema di spionaggio internazionale ha infatti intercettato la seguente conversazione tra la sua maestra e sua madre: “Eh, lo so, signora, che suo figlio di solito è tanto bravo. Però oggi è stato proprio una canaglia”.
Travisando il senso dell’espressione “stato canaglia”, il governo degli Stati Uniti ha inserito il suo nome nell’elenco dei paesi malvagi e ha tentato più volte di bombardargli l’abitazione.
Da allora, se gli si nomina gli americani, Marco assume un’aria vagamente inquietante, come di chi voglia torturarti a sangue, ed emette uno strano rumore con i denti.
Costituisce la spina dorsale del gruppo (o, come dice la violista, la “spina di pesce”) ed è l’autore della quasi totalità delle musiche (cioè se ci denunciano per plagio la responsabilità è sua). Suona anche una mega di strumenti, e tutti da dio. Il sospetto è che lo faccia perché è uno sborone.
Perversioni inconfessabili: ama ascoltare i dischi di John McLaughlin.
*
Silvia
Viola (e violino)
Data di nascita: da qualche parte all’alba degli anni ‘80
Segno zodiacale: lavabo
Dotata di un’indole mite e pacifica, Silvia ama nel tempo libero lavorare all’uncinetto, guardare film sentimentali e infilzare con lunghi spilloni gli assicuratori. Alle prove, è colei che sprona gli altri a dare il meglio di sé con frasi d’incitamento quali “Aguzzini bastardi”, “Chi cazzo se lo ricorda?” e “Dài, pausa sigaretta”.
È l’unico membro del gruppo a vantare un posto fisso di lavoro (come sicaria per i Servizi Segreti lituani).
La storia di come si è accostata a quel meraviglioso strumento che è la viola merita davvero di essere raccontata.
In terza elementare la compagna di banco si vantò di saper già suonare divinamente il flauto. Silvia, non sopportando l’idea di essere superata in eccellenza, andò su tutte le furie, uscì di scuola e si recò in un negozio di strumenti musicali. Il commesso, vistosi di fronte una bambina, pensò bene di ingannarla: quando la piccola le chiese un flauto, lui le vendette una viola.
Da allora – e dobbiamo essere grati a quel commesso disonesto – Silvia suona la viola nei Duramadre. Quando poi gli altri riusciranno a convincerla che non si suona soffiandole dentro, sarà proprio il massimo.
Perversioni inconfessabili: odia la musica.
Basso, voce
Data di nascita: 973 d.C.
Segno zodiacale: testicoli
Nonostante la veneranda età, Sergio va esageratamente fiero del fatto che dimostra due o tre secoli di meno. Grazie al suo ingannevole aspetto giovanile, può tuttora permettersi di ascoltare i Rage Against The Machine ad alto volume e indossare i jeans e una maglietta, anche se nessuno gli ha mai spiegato che prima deve togliersi l’armatura.
Come bassista ha elaborato una tecnica originale e complicata, che consiste nel suonare il minor numero possibile di note usando il minor numero possibile di dita. Queste finezze gli hanno meritato l’appellativo di “miglior bassista nella storia del gruppo” (anche perché di fatto è il solo che il gruppo abbia mai avuto).
È autore di molti dei testi e perciò si considera l’intellettuale del gruppo. Basti pensare che è in possesso di ben due lauree: una in lingua e letteratura russa, che gli serve per farsi bello; e una in storia del pensiero spregevole, che gli serve per trovare lavoro.
Perversioni inconfessabili: ama i Sex Pistols.
Gianni
La storia del Prete Gianni è entrata nella leggenda. Si manifesta per la prima volta intorno agli anni Sessanta (del XII secolo) con una e-mail all’imperatore bizantino Emanuele Comneno, il quale tuttavia cancella il messaggio credendolo semplice spam.
Il primo a prenderlo sul serio è l’inviato pontificio nelle terre del Khan di Mongolia, fra’ Giovanni da Pian del Carpine, il quale ha la ventura di ascoltarlo dal vivo. Il diplomatico resta incantato dalla sua bravura (“Potei ascoltare a lungo il Prete Gianni – scriverà in seguito a papa Innocenzo IV – e devo dire che il suo modo di suonare la batteria mi sorprese e mi dilettò: egli è davvero per grazia di Dio uno dei pochi difensori della buona musica in Oriente, e forse il solo a suonare da cristiano”) e cerca di scritturarlo per una tournée nello Stato pontificio, ma il Gran Khan blocca tutto, accusando senza tanti giri di parola il frate italiano di volergli rubare il batterista.
Fortunatamente, qualche anno dopo la bande del Gran Khan si scioglie per dissidi sul repertorio: il sovrano mongolo – che nel gruppo suona la chitarra solista – è un appassionato di Yngwie Malmsteen, la bassista è una cultrice dei Ramones, il tastierista predilige la musica lounge e il Prete Gianni qualsiasi genere di musica purché abbia un ritmo dispari con decimali periodici o si basi sulla successione di Fibonacci. Lo scontro di civiltà è inevitabile.
Emigrato nel Milanese, il Prete Gianni entra finalmente in pianta stabile nella nostra formazione.
Perversioni inconfessabili: ascolta oscuri ensemble di musica percussiva afro-brasilian-newyorkese dai nomi impronunciabili.
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Matteo
Voce, fisarmonica, percussioni
Data di nascita: 2382
Segno zodiacale: freccette
Matteo nascerà in una famiglia di profughi afghani che dal confine si sposteranno nell’Iran e poi in Italia, viaggiando su biciclette graziella: un’impresa tutt’altro che trascurabile.
Dotato di un talento musicale paragonabile a quello di Albert Einstein per la danza del ventre o di Bin Laden per le pari opportunità, nonché di uno spirito eclettico e versatile, il giovane Matteo crescerà ascoltando i più svariati generi di musica: tagliaerba, raccolta del vetro alle sette del mattino, scurregge di gatto, tromba di naso, zanzara nell’orecchio di notte.
Sarà dapprima un appassionato collezionista di hallucigeniae (finché non scoprirà che le hallucigeniae sono insetti preistorici schifosissimi e oltretutto estinti), poi membro devoto della Chiesa Avventizia Di Un Giorno A Caso (fautrice della liceità della birra e dei crackers come sostitutivi del pane e del vino), infine socio benemerito del Club Gastronomico Amatori dei Mozziconi (sostenitori dell’uso delle cicche di sigaretta come ingrediente principe della cucina mediterranea).
Nei Duramadre si occuperà soprattutto della salatura dell’acqua della pasta e di mediare con le forze dell’ordine.
1. Musica sola
2. Visione e preghiera (da un poema di Dylan Thomas)
3. Samaria
4. Metamorfosi
5. La danza delle ossa stanche
6. Vesna
7. Continua alterazione del tempo
8. Limbo
Marco Pisi: chitarra elettrica e acustica, bouzouki, saz, oud, voce
Sergio Baratto: basso, vibrafono, voce
Mario Valentino Bramè: batteria, percussioni, voce
Silvia Ghezzi: violino
Queste sono le memorie del bassista:
Il primo demo si chiama semplicemente col nome del gruppo e si porta dietro una caterva di ricordi da rock sovietico underground.
Erano i primi mesi del ’99. Nel corso dell’anno precedente io e Marco eravamo riusciti a rimettere in piedi il gruppo, dopo una serie di delusioni, scioglimenti ed esperimenti falliti. Avevamo trovato prima una violinista (Silvia) e poi un batterista (Mario). Eravamo squattrinati e pieni di idee. Il repertorio si allargava continuamente, componevamo di continuo, in una specie di esplosione creativa ormonale. Volevamo anche noi un demo da mandare in giro, ma di grana per pagarci uno studio d’incisione non c’era nemmeno l’ombra. Così decidemmo di registrare i nostri pezzi da soli, utilizzando il quattropiste analogico di Marco e usando la sala prove come uno studio d’incisione.
Fu un macello orgasmico. Volevamo evitare i riversamenti, per non perdere in qualità di suono (che era già tendenzialmente bassa in partenza), ma i nostri pezzi contemplavano l’uso di molti strumenti, e quattro piste non bastavano di sicuro. Da qui, le estenuanti discussioni su come riuscire a incastrare tutto quel popò senza sovrapporre, né cancellare niente.
Venne la primavera. La NATO bombardava Belgrado e le sere erano insolitamente miti. Marco venne in sala con un pezzo che ci parve bellissimo, in cui sostituiva la chitarra con il saz. Mi chiese di scrivergli un testo. Io pensavo a Belgrado, ma non sapevo il serbo. Sapevo il russo. Mi venne un pezzo in russo, dunque, che parlava di una rondine che attraversava un cielo zeppo di pericoli mortali. Così incidemmo “Vesnà 99-go goda”, “La primavera del ‘99” (anche se Marco sulla copertina finì per scrivere sbrigativamente “Vesna”).
Arrivammo a un livello di virtuosismo demenziale quando riuscimmo a incidere 12 strumenti in un singolo pezzo e senza riversamenti. Tutto su quattro tracce pulite pulite.
Ci volle un’infinità, tant’è vero che interrompemmo il lavoro, mettemmo da parte i nastri, andammo in vacanza, tornammo a casa. Ricominciammo l’autunno successivo. Alcune parti le registrammo addirittura a casa di Marco o di Silvia, tra enormi piatti di lardo e qualche sigaro. Buttavamo dentro tutto quello che ci sembrava buono e dolcesonoro: bouzouki, saz, bonghi, legni, ektar, metallofono, bastone della pioggia, oud, persino il miagolio di un gatto (esecuzione impeccabile della guancia di Mario). Finimmo di mixare il tutto a casa di Mario in un pomeriggio di afa mortale, nell’estate del 2000.
Nel novembre del 2000, una sera in macchina mentre andavamo a suonare, Mario ci disse che non sarebbe più riuscito a suonare con noi. Che, avendo vinto un dottorato a Genova, sarebbe stato costretto a un pendolarismo continuo e al sacrificio di molto tempo libero. Senza contare il suo impegno pregresso con l’altro suo gruppo.
Trovammo un nuovo batterista, Dado: batterista di grande talento e meraviglioso imitatore del papa infermo (leggendari i suoi “discorsi dal balcone di San Pietro”, pieni di bestemmie e oscenità, tutte rigorosamente pronunciate con accento polacco e voce affaticata).
Poi è successo questo. Abbiamo vinto un paio di concorsi, qua e là. Abbiamo registrato quattro pezzi in una sala d’incisione professionale, nell’estate del 2001, proprio prima di partire per il G8. Abbiamo suonato qua e là, raggranellato un po’ di soldi. Abbiamo vinto un concorso piuttosto importante, da queste parti.
La vittoria ci ha di nuovo spalancato le porte della sala d’incisione. Tre giorni di registrazione e missaggio gratuiti. Settantadue ore. “Sono poche”. “Facciamocele bastare”.
Il risultato s’intitola La città sommersa. Nove pezzi, incisi per lo più in fretta e perciò inevitabilmente migliorabili, non definitivi. Eppure l’asciuttezza degli arrangiamenti non mi dispiace. D’altra parte anche dal vivo siamo sempre stati piuttosto essenziali ed energetici. Di solito – visto che nei programmini dei locali di solito scrivono che facciamo musica etnica – tutti si aspettano uno di quei gruppetti delicati e un po’ new age, arpe celtiche, atmosfere da mille e una notte e un po’ di melodie cartolinesche. Invece col cazzo: pestiamo di brutto, le canzoni ci vengono fuori cariche di tensione, irruenti (una volta dopo un’esibizione un tipo del pubblico mi ha detto “non avrei mai immaginato che potesse esistere un gruppo etno-punk”).